venerdì 3 Febbraio 2023

Note di quotidiana rassegnazione? No, con Civicrazia

domenica 24 Maggio 2015 13:46
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Note di quotidiana rassegnazione? No, con Civicrazia

L’uso quotidiano o, comunque, frequente del trasporto pubblico a Napoli diventa un mezzo per introdursi nelle dinamiche comportamentali di una collettività complessa quale quella partenopea, una presa d’atto di risposte e reazioni che la stessa si trova a dare di fronte ad un apparato proverbialmente, e non solo proverbialmente, claudicante, per usare un eufemismo blando. Un viaggio nel viaggio che diventa un osservatorio per carpire elementi di psicologia di massa, da un lato, e dall’altro verificare lo stato di un servizio caratterizzato da disfunzioni di sistema, malfunzionamento di rete, carenze strutturali, scarsa manutenzione, discutibile stato di pulizia e di igiene, inosservanza degli orari, a fronte, comunque, della richiesta, per carità legittima, all’utenza che ne usufruisce, di pagare un biglietto. Tuttavia la prima osservazione è, dunque, quella di una oggettiva discrepanza tra le parti sociali coinvolte in un patto che viene da una parte e dall’altra disatteso: l’evasione da parte di certa utenza e la non adeguata corresponsione di un servizio di qualità, che sicuramente non solleva la comunità dall’endemica disaffezione al bene pubblico, anzi contribuisce a diffondere l’evasione e la disattenzione su tutto ciò che è pubblico e sociale.

Disaffezione alimentata anche dal sacrificio che viene chiesto alla collettività, costituito non soltanto da aumenti tariffari che non sfociano in immediate ed evidenti ricadute su un miglioramento delle condizioni di trasporto ma anche dalla implicita e perversa richiesta di tollerare un servizio che permane non adeguato e non sufficiente a supportare anche le condizioni cambiate di una metropoli sempre più affollata e sempre più esigente sotto il profilo della convivenza sociale, culturale ed etnica, con evidenti problemi di risanamento, di assestamento della rete stradale, di verifiche statiche e di tenuta del suolo e del sottosuolo.

Quando si parlava all’inizio delle reazioni dell’utenza, ci si riferiva, purtroppo, anche a quell’indolenza collettiva che non riesce a scrostarsi di dosso la rassegnata convinzione che nulla può essere cambiato, che la politica e lo Stato non sono dalla parte del cittadino, al quale resta soltanto l’amaro grido di protesta confinato nella cerchia di tutti gli altri che si trovano a subire le medesime condizioni di vita pubblica. Destinati, insomma, a vivere la solita feroce guerra tra poveri, a lagnarsi senza trovare sbocchi e vie d’uscita per l’affermazione di dignità individuali e comunitarie? Non può farci tacere un ascensore che dopo mesi viene ripristinato nel proprio uso, quando un cartello pubblico suggerisce ai diversamente abili di scendere in altre stazioni metropolitane, diverse da quelle più vicine al proprio domicilio, per usufruire degli ascensori funzionanti, o sorridere una scala mobile che finalmente scorre nei due sensi di salita e discesa, facendoci dimenticare il malessere quotidiano che ci annulla come persone.

Bisogna invece crescere in una dimensione civicratica che scuota ogni forma di cloroformizzazione e che ci renda, per ogni aspetto della vita sociale, coscienti della incisività di una denuncia e di un’azione civica che si opponga al malaffare e al malcostume e detti le regole di una nuova convivenza finalizzata al riconoscimento pieno di un autentico Stato democratico di diritto.

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