Cinque morti sul lavoro in appena una settimana. È il bilancio drammatico con cui si apre il 2026, mentre il 2025 si è chiuso con 1.450 vittime complessive, di cui 1.032 nei luoghi di lavoro. Numeri che raccontano una strage quotidiana e che emergono dai dati dell’Osservatorio nazionale di Bologna Morti sul lavoro, attivo dal 2008. In media, in Italia, ogni giorno muoiono 3,95 lavoratori, domeniche comprese, lasciando dietro di sé famiglie distrutte e comunità ferite.
Una parte consistente delle vittime non compare nelle statistiche ufficiali perché fuori dalla competenza Inail: lavoratori in nero, pensionati costretti a lavorare, agricoltori, autotrasportatori, persone morte per stress e superlavoro.
FENOMENO KAROSHI
Da quest’anno l’Osservatorio ha iniziato a monitorare anche le vittime di Karoshi, la “morte per superlavoro”. Un fenomeno in crescita che coinvolge dirigenti, impiegati, operai, medici, infermieri, agricoltori e camionisti.
NUMERI ALLARMANTI
Uno dei dati più allarmanti riguarda i lavoratori stranieri, che rappresentano il 32% delle vittime totali: quasi una su tre. L’agricoltura si conferma il settore più colpito, con 243 morti nel 2025, di cui 144 schiacciati dal trattore, pari al 23,5% del totale.
Seguono l’autotrasporto e la logistica con 159 vittime (15,4%), l’edilizia con 159 morti (15,4%), gli infortuni domestici con 159 decessi, le morti da Karoshi con 111 casi, l’industria con 67 vittime (6,5%) e il comparto dei taglialegna con 21 morti.
A colpire è anche l’età delle vittime: una su tre aveva più di 60 anni. Sono 347 su 1.032, di cui 173 oltre i 70 anni. Persone costrette a lavorare per pensioni insufficienti, perdita dell’occupazione o per sostenere figli e nipoti spesso per tenere in vita attività storiche.
Le donne morte sul lavoro nel 2025 sono state 61 nei luoghi di lavoro e oltre 130 in totale, includendo le vittime in itinere, cioè lungo il tragitto casa-lavoro.
La sicurezza sul lavoro non è negoziabile
La sicurezza sul lavoro non è un’opzione né una concessione: è un dovere inderogabile dello Stato e delle imprese, ed è un diritto inalienabile di ogni lavoratrice e di ogni lavoratore. Eppure, mentre i numeri delle morti e degli infortuni continuano a crescere, questo principio fondamentale viene sistematicamente tradito.
Morire in fabbrica, nei campi, nei cantieri, lungo una strada o in qualsiasi luogo di lavoro non può essere considerato una fatalità. È uno scandalo intollerabile per un Paese che si definisce civile, soprattutto quando, dietro a ogni tragedia, emergono responsabilità chiare: norme ignorate o applicate in modo scorretto, procedure di sicurezza aggirate, controlli insufficienti, interventi legislativi rinviati o mai attuati.
La dolorosa progressione delle vittime impone una ricognizione immediata e rigorosa delle reali condizioni di sicurezza in cui operano milioni di persone. Non bastano più proclami o promesse: servono atti concreti, verificabili, continui. Servono prevenzione, controlli efficaci, formazione obbligatoria e una reale assunzione di responsabilità lungo tutta la filiera produttiva.
Eppure, mentre l’emergenza è sotto gli occhi di tutti, resta ferma la proposta civicratica di una task force specializzata, del rafforzamento dei poteri dei Difensori civici contro le inadempienze, di un sistema strutturato di controlli e formazione. Un immobilismo grave, che pesa come una colpa collettiva.
Quella in corso non è una semplice emergenza: è un massacro continuo, una strage silenziosa che si consuma ogni giorno, spesso nell’indifferenza generale. Continuare a voltarsi dall’altra parte significa accettare che il lavoro possa uccidere, significa mettere il profitto, la fretta e il risparmio davanti alla dignità e alla vita umana. Occorre procedere subito secondo la Petizione presentata in Parlamento.
È tempo di dirlo con chiarezza: la vita viene prima di tutto. Prima dei bilanci, prima delle scadenze, prima di ogni alibi. Ogni morte sul lavoro è una sconfitta dello Stato, delle istituzioni, della politica e della società intera. E ogni rinvio è una responsabilità in più.
Fabio Riccio






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