Mag 9, 2018 | Notizie | 0 commenti

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Missione compiuta per il Ministero del Lavoro… o quasi

I Centri per l’impiego (Cpi) sono strutture pubbliche coordinate dalle Regioni che favoriscono sul territorio l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e attuano iniziative e interventi di politiche attive del lavoro. Le attività dei Centri per l’impiego sono rivolte ai cittadini disoccupati, ai lavoratori beneficiari di strumenti di sostegno al reddito in costanza di rapporto di lavoro e a rischio disoccupazione, nonché ai lavoratori occupati in cerca di nuova occupazione. I Cpi svolgono anche attività amministrative, come l’iscrizione alle liste di mobilità e agli elenchi e graduatorie delle categorie protette, la registrazione delle assunzioni, le trasformazioni e cessazioni dei rapporti di lavoro, il rilascio del certificato di disoccupazione.

L’ANPAL (Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro), a sua volta, ha compiti simili ai Centri per l’impiego, ma molto più concreti. Nel linguaggio odierno si potrebbero appellare come “smart”.

L’ANPAL Servizi SpA ha obiettivi ancora una volta simili agli stessi dei due enti già citati, ma con compiti ancora più smart.

I tre enti sono coadiuvati da un centro studi e ricerche che fino a dicembre 2016 si chiamava Isfol (Ente pubblico di ricerca sui temi della formazione, delle politiche sociali e del lavoro), ma successivamente divenuto INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche).

Una super proliferazione di enti di cui però non si conosce ancora il reale impatto sul mondo del lavoro. Anzi, un fatto è certo: i Centri per l’Impiego, gli enti che più sono a contatto con i lavoratori, non sono stati all’altezza del cambiamento. Farraginosi centri di burocrazia con orari di apertura ridotti e servizi per l’impiego inesistenti, l’ultima riforma del lavoro ha lasciato sulla carta la maggior parte delle realizzazioni, tra cui appunto la riorganizzazione e il potenziamento dei Cpi e così, i 600 milioni che ogni anno vengono spesi per gestire questi uffici sono stati praticamente gettati al vento. I numeri fanno gridare allo scandalo: solo il 3% di chi si rivolge agli ex uffici di collocamento trova un impiego. Dovrebbero lavorare per “far incrociare domanda e offerta”, secondo la riforma del lavoro (stessa missione per i Cpi, l’ANPAL e l’ANPAL Servizi SpA), ma “mancano ancora i decreti attuativi e una regia organica”, ha commentato il presidente ANPAL, Maurizio Del Conte.

Si potrebbe pensare che tale spropositata moltiplicazione, tranquillamente definibile “cancerogena” visti gli scarsi risultati, si fosse finalmente arrestata ed invece un’altra figura amministrativa, considerati i copiosi fondi che affluiranno nelle casse reginali dedicate al lavoro, ha deciso di assecondare la richiesta ministeriale di aiuto: il patronato delle organizzazioni sindacali. Ma andiamo per ordine.

Nel 2015 è stato istituito, e abbondantemente finanziato, l’assegno di ricollocazione, ma a maggio 2018 e dopo ripetuti rinvii, l’ANPAL ancora non ha reso operative le procedure per dare la possibilità ai disoccupati di poterne usufruire. Nelle infografiche dei vari enti preposti alla ricerca del lavoro si afferma che l’assegno di ricollocazione è una misura di politica attiva del lavoro destinata alle persone disoccupate che percepiscono la Nuova Prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego (NASPI) da almeno 4 mesi. In realtà, i soldi stanziati per ogni disoccupato (dai 250 ai 5000 euro) sono destinati ai Cpi, che dovrebbero aiutare a trovare lavoro. Cioè quello che avrebbero dovuto fare finora tutti gli enti del grande baraccone del Ministero del Lavoro. Ma da soli sembra che i Cpi non ce la facciano a sostenere tale onere e dunque è stato chiesto aiuto ai patronati che si vedranno piovere sulla testa ulteriori fondi per un servizio che già di fatto svolgono gratuitamente (o quasi, agendo alla stessa stregua di agenzie interinali).

Dunque, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali è riuscito a portare a termine la propria missione: trovare lavoro per i propri impiegati e per gli amici degli amici. La solita Italia, insomma.

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