martedì 7 Febbraio 2023

La scuola non basta più a farti scalare la società

sabato 17 Marzo 2018 22:28
Notizie

In Italia, l’ascensore sociale rappresentato, almeno una volta, dalle scuole e dalle università non è più all’altezza e si è trasformato in una carrucola!

Ad affermarlo, con tanto di dati, è l’ultimo rapporto OCSE-PISA (Programme for International Student Assessment): l’indagine internazionale triennale dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che mira a valutare i sistemi di istruzione in tutto il mondo, testando le competenze e le conoscenze degli studenti di 15 anni, nella lettura, nella matematica e nelle scienze.

I dati parlano chiaro: dall’ultimo Report del 2015, la percentuale di quindicenni provenienti da ambienti svantaggiati che riescano ad ottenere buoni risultati, sono diminuiti di oltre 4 punti percentuali, passando dal 24,7 % al 20,4%. Un dato molto preoccupante questo, che chiama immediatamente in causa le ultime disastrose riforme della scuola.

Titolo del Rapporto è: “Resilienza scolastica” e mira a valutare la reazione degli studenti e delle strutture scolastiche in situazioni ambientali al di sotto degli standard qualitativi definiti dallo stesso OCSE, in rapporto all’acquisizione di competenze che favoriscano una svolta nella scala sociale, tale da non condannare questi giovani a ripetere la stessa sorte toccata ai propri genitori.

L’Italia, con i risultati fermi al 20,4%, si situa all’ultimo posto fra le principali nazioni europee ed è inferiore alla media mondiale. La media OCSE si attesta sul 25,2% e in Europa abbiamo i picchi delle Germania (attorno al 32,2%) e della Finlandia (39,1%).

La scuola italiana non riesce a fare abbastanza per gli alunni provenienti da famiglie in situazione di disagio socio-economico. Ed anche se è del tutto evidente che il retroterra culturale ed economico possa influenzare le performance degli studenti, non è del tutto chiaro come mai la situazione non sia migliorata e come forse non sia stata nemmeno presa in considerazione in questi ultimi anni. Anzi, il peggioramento fa pensare che oltre all’ambiente esterno, sia anche l’ambiente interno alla scuola ad aver influito negativamente sui risultati ottenuti. Per questo motivo, l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (Invalsi), che ha tra le principali attività proprio quella di verificare, con test sistematici e periodici, l’apprendimento degli studenti e la qualità offerta didattica e formativa delle istituzioni scolastiche, ha inaugurato nel 2016 il cosiddetto “Valore aggiunto”, con l’obiettivo di rilevare il peso dell’effetto scuola sugli esiti delle prove, al netto di fattori che non dipendono dall’operato di ciascuna istituzione scolastica. Purtroppo, però, i fattori esogeni (preparazione precedente dell’alunno, contesto sociale individuale e generale), pur essendo ancora molto importanti soprattutto nel sud dell’Italia, sembrano non essere del tutto determinanti in un contesto scolastico in cui, nonostante la legge obblighi a svolgere le prove Invalsi solo mediante strumenti digitali, i dirigenti siano costretti a chiedere ai professori di prestare i propri computer agli alunni. Di quale valore aggiunto stiamo parlando?

 

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