La vicenda del carcere di Solliciano, con il provvedimento di sequestro di alcune sezioni detentive, ha fatto esplodere il problema delle condizioni degradanti i cui molti penitenziari italiani si trovano. Tali condizioni sono, peraltro, a tutti note, compreso ai governi che si sono via via succeduti.
Ricordiamo i casi eclatanti in tema di carcere di questo tormentato periodo, fra cui la grazia concessa a Nicole Minetti e l’avvenuta esecuzione della pena nei confronti di Mario Roggero, per il quale è stata presentata già richiesta di analogo beneficio, con tutte le polemiche che sono seguite in entrambi i casi .
LE INIZIATIVE E IL GRIDO D’ ALLARME
In questi giorni decine sono le iniziative di solidarietà, visite e controlli nei vari istituti da parte di una rete di associazioni, di osservatori delle camere penali, di Garanti territoriali, ecc.: il richiamo è , come sempre, all’art. 27 Cost. , alla funzione rieducativa della pena e al divieto di trattamenti inumani e degradanti, per i quali l’Italia ha già subito una condanna dalla Corte europea dei diritti umani nel 2013, e la richiesta di interventi volti ad alleggerire il sovraffollamento carcerario.
Hanno altresì rilevanza il grido di allarme della polizia penitenziaria, chiamata a gestire l’ingestibile, e l’inarrestabile e disumana catena dei suicidi dei detenuti , ormai purtroppo divenuta nel sentire comune un fatto inevitabile. E ancora l’allarme lanciato in questi giorni dai dirigenti penitenziari degli istituti.
Eppure nulla sta cambiando, se non in peggio.
COSA MANCA ?
Cosa manca? Manca innanzitutto un intervento pressante del Garante nazionale dei detenuti che è intervenuto solo per auspicare l’indulto, tanto nulla costa perché non lo si vuol fare. Mancano i provvedimenti dei sindaci, nella veste di massime autorità sanitarie locali , che possono emettere – basta applicarsi! – ordinanze contingibili e urgenti per ordinare all’amministrazione penitenziaria di svolgere i lavori necessari, almeno igienici.
Manca una presenza costante dei magistrati di sorveglianza che vadano, in prima persona, a verificare lo stato dei penitenziari e a verificare la qualità del trattamento rieducativo, a cui sono preposti per legge ex art. 69 0.P..
E’ mancata anche una delibera, a livello nazionale, dell’Unione Camere penali che proclamasse l’astensione delle udienze in concomitanza con lo svolgimento dell’attività processuale anche per denunciare carenze di organico soprattutto nei Tribunali di Sorveglianza.
Inoltre nessuna delle migliaia di detenuti che doveva essere collocata entro luglio in comunità terapeutiche o comunque ai domiciliari è stata davvero collocata altrove, se non per i trasferimenti periodici per sovraffollamento in altri istituti. Tale progetto di collocazione è certamente condivisibile ma è fermo e richiede tempi lunghi e una situazione di minor emergenza per attuarlo con criterio e risorse.
Sta per partire l’ennesimo piano carceri, esperienza già sperimentata in passato, con gli esiti a tutti noti, ma a che a regime andrà nel giro di qualche anno, se realizzato compiutamente.
Neppure l’istituto della liberazione anticipata speciale ha trovato la condivisione necessaria.
Intanto il carcere si abitua al reato di rivolta in presenza di condotte di resistenza anche passiva, alla figura dell’agente di polizia penitenziaria “ infiltrato “, alla stretta sulle attività, ad una quotidianità che così porterà, probabilmente, ad un’altra sentenza di condanna della CEDU.
Speriamo che la Corte Costituzionale intervenga sulla illegittimità di pene scontate in condizioni inumane e degradanti e si potrà rimediare e che il Parlamento si decida ad affrontare con norme urgenti e incisive l’emergenza carceraria.
Desi Bruno, Avvocato






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