giovedì 9 Febbraio 2023

Giornalismo d’inchiesta sotto tiro. L’Italia ha ancora paura della mafia?

mercoledì 16 Maggio 2018 18:54
Notizie

Innanzitutto gli antefatti. Un’ordinaria storia di mafia di periferia: una pompa di benzina di proprietà di una famiglia affiliata al clan Giuliano fallisce e l’avvocato esecutore del sequestro conservativo rimane vittima di un attentato. Un giornalista di cronaca comincia a raccontare gli eventi e viene subito minacciato. Nonostante la scorta, continuano le minacce e la scorta viene rinforzata. Il giornalista sale agli onori della cronaca quando il Presidente della Repubblica lo insignisce, fra gli altri, del titolo di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Tali storie, ancora molto comuni in Sicilia e un po’ in tutto il sud Italia, trovano sempre troppo poca enfasi sui quotidiani nazionali, a meno che non si arrivi al dramma. Questa volta però il fatto ha avuto più risonanza e clamore visto l’intervento istituzionale di Mattarella.

Tale eco aveva spinto alcuni professori di un istituto superiore di Rosolini, 21mila abitanti nella parte sud della provincia di Siracusa, ad organizzare un incontro con il giornalista. L’appuntamento con gli studenti era previsto per il 22 maggio, alla vigilia dell’anniversario della strage di Capaci. Ma due giorni fa il preside dell’Istituto ha espresso le sue perplessità sull’opportunità di tenere l’incontro in questo periodo: “Alla luce delle minacce che il giornalista ha ricevuto ci siamo chiesti se fosse opportuno esporlo a un pericolo, visto che la scuola non ha uno spazio adatto per un incontro del genere ma solo una palestra. Non sono preoccupato per noi ma per il giornalista, anche se so che qualcuno ha pensato davvero che l’incontro non si fa per timore che possa accadere qualcosa a scuola durante il dibattito. Ma se volessero fare un attentato al giornalista, lo farebbero nel tragitto non certo a scuola” dichiara il preside.

Paolo Borrometi, il giornalista in questione, cronista precario dell’Agi (Agenzia Giornalistica Italia), non sembra essere però d’accordo: “C’è un precedente, è il secondo episodio che mi capita in quella zona e questo mi fa pensare. Già l’anno scorso ad Avola accadde che i familiari di un boss al 41 bis andarono a minacciare i bidelli della scuola in cui dovevo parlare. Dopo l’incontro, poi, l’avvocato di quel boss scrisse al preside per chiedere il diritto di replica”.

A dargli manforte scendono in campo anche Lorusso e Giulietti, rispettivamente segretario e presidente della Federazione Nazionale Stampa Italiana: si tratta di un “messaggio preoccupante. C’è il rischio che tali atteggiamenti vengano presi come segnali di paura, dando segnali di debolezza a chi vorrebbe tapparci la bocca. In momenti come questi, invece, si dovrebbe fare tutti squadra ed organizzare numerose manifestazioni. È un segnale bruttissimo che ci preoccupa e ci angoscia”. E concludono: “che non sia più la scuola ad organizzare l’incontro, ma che siano il Comune di Rosolini e le associazioni del territorio, ad iniziare ovviamente da Libera, a promuovere un evento pubblico in piazza in cui Borrometi possa spiegare le sue inchieste con nomi e cognomi, ad iniziare dai boss che lo volevano morto”.

Dello stesso tono il presidente e il vice presidente dell’Unione Nazionale Cronisti Italiani, Alessandro Galimberti e Leone Zingales, per i quali “la decisione del preside non sembra ben ponderata. Anche a prescindere dalla valutazione dell’efficacia del sistema di sicurezza predisposto dal ministero, che di tutta evidenza non spetta al dirigente scolastico, l’effetto dell’oscuramento della voce di Borrometi va nella direzione desiderata da chi lo vuole zittire per sempre. Al contrario riteniamo che la sottocultura mafiosa vada combattuta proprio con la diffusione della voce di chi dimostra ogni giorno che violenza e sopruso possono essere sconfitte dall’adesione diffusa alla legalità. E questo percorso non può che iniziare nelle scuole”.

Dunque, vincono ancora una volta i boss o vince l’Italia coraggiosa e onesta?

Dalla qualità del lavoro giornalistico, ma anche dalla qualità dell’attività legislativa e dalla qualità dell’educazione, dipende la qualità della nostra democrazia e della nostra storia. Le mafie sono sempre pericolose, soprattutto quando se ne sente parlare di meno. Sono una ventina i giornalisti protetti dallo Stato e tanti altri cronisti quotidianamente, uniti alle forze dell’ordine e agli appartenenti agli organi giudiziari, sfidano la morte per raccontare e condannare quello che accade sui loro territori.

Il tema della mafia è scomparso dall’agenda politica, ma occorre invece riportarlo al centro della discussione perché si ha ancora paura di questo cancro della società. Lo si teme e lo temono i cittadini che non si riescono a scrollarsi di dosso questo fetore malavitoso che li attanaglia nella loro quotidianità.

Teniamo almeno alta l’attenzione sull’educazione e sull’informazione per dare spazio alla voglia di vivere e non al timore di morire.

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