Mar 28, 2018 | Notizie | 0 commenti

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È LA PRIVACY, BELLEZZA?

“Un momento di conversazione con un individuo qualsiasi basta per conoscere a fondo le sue letture, le sue occupazioni e l’ambiente in cui vive” (Gustave Le Bon, L’uomo e la società). L’antropologo e psicologo francese si esprimeva in questi termini nei lontanissimi anni di metà ‘800 e non poteva certo sospettare che in un futuro molto prossimo si sarebbero svolte miliardi di conversazioni istantanee, via etere.

Battuta dalle agenzie d’informazione la notizia che la Procura di Roma, su denuncia del Codacons, ha aperto un fascicolo d’inchiesta sul caso Facebook, è molto importante tornare a parlare del cosiddetto “scandalo della Cambridge Analytica”. Soprattutto perché si ha la netta impressione che, nonostante la profonda indignazione dell’opinione pubblica e la costernazione formale di garanti e associazioni dei consumatori, siano ben pochi quelli che abbiano veramente compreso l’accaduto, la sua portata e ricaduta sull’intero tessuto sociale. Ci troviamo nel bel mezzo di cyberwars, guerre informatiche, finanziate da plurimiliardari, per operazioni di ingegneria sociale. Si tratta di compagnie private altamente tecnologiche che si vendono al miglior offerente per destabilizzare una democrazia o per controllare un’intera popolazione o per organizzare imponenti operazioni di marketing. L’idea su cui investono è quella di portare i “big data” ed i social media verso una consolidata metodologia militare di “operazioni di informazione” fruibili (a pagamento) da sistemi di intelligence internazionali e da multinazionali: in pratica, cambiare le opinioni della gente non tramite persuasione, ma tramite il “dominio dell’informazione”, un insieme di tecniche che include notizie false, rumours e disinformazione. Siamo di fronte ad una reiterata violazione della privacy? Sì e no. Se da una parte sono gli utenti stessi che solitamente, con una irresponsabile non curanza, acconsentono al trattamento dei propri dati, dall’altra questi dati vengono comunque raccolti e si trovano nella posizione molto delicata di essere “studiati”, trafugati o più o meno legittimamente venduti.

Cosa sta avvenendo allora con le nostre vite? Chi le sta scrutando ed utilizzando? E perché, in definitiva, se non ce ne occupiamo personalmente, la loro esposizione all’altrui visualizzazione sarà sempre un mero dato di fatto?

Orwell parlava di “psicoreato” e lo collegava a microspie e spionaggio. In realtà, oggi siamo molto più avanti. Si può tranquillamente parlare di “microtargeting comportamentale” (basato su uno studio del Psychometrics Centre dell’Università di Cambridge intitolato: “I giudizi sulla personalità fatti dai computer sono più accurati di quelli fatti dagli umani”): sono gli stessi algoritmi che leggono il nostro pensiero e ci fanno dire anche ciò che non diciamo. Il pensiero può essere profilato, si può arrivare a conoscere tutto dell’utente e lo si può fare osservandolo mentre gira su internet, mentre mette i “like”: anche cose innocentissime come visualizzare marche di scarpe e barrette di cioccolato o condividere articoli di vario genere, possono dire molto sulle proprie preferenze. Un vero e proprio piano per raccogliere deliberatamente profili psicologici personali dai vari social media, per poi indirizzarli con annunci di vario genere per lavorare sulla loro psiche.

Le nostre democrazie sono in pericolo, il grido di scandalo alla violazione della privacy è solo uno specchietto delle allodole ed i nostri amministratori, i nostri politici – come d’altronde noi cittadini –,non sono assolutamente pronti a gestire incursioni tecnologiche di tale portata. Una maggiore consapevolezza di queste problematiche però potrebbe renderci più forti ed aiutarci a progettare strategie difensive. Estote parati!

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