Challenge estreme e minori sui social: tra rischio, responsabilità e tutela dei diritti.
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Le challenge o le sfide social sono diventate vere e proprie manie e ogni bambino o adolescente, almeno una volta nella vita, vi ha probabilmente partecipato. Ma di cosa si tratta? Sono per l’appunto sfide dove le persone sono chiamate a partecipare da amici e parenti e a loro volta ne devono nominare altri.
Challenge e social network
Le challenge sui social network possono apparire, agli occhi di un adolescente, come un gioco, una prova di coraggio o un’occasione per ottenere visibilità, quindi una cosa innocua, anche divertente, ma non è così. Il problema è che sui social tutto viene estremizzato e c’è stato chi ha portato queste sfide ad un livello eccessivo, addirittura pericoloso e in alcuni casi mortale.
Il fenomeno delle cosiddette challenge estreme coinvolge un problema più ampio: non riguarda soltanto le condotte dei singoli ragazzi, ma il modo in cui famiglie, scuola, piattaforme digitali e istituzioni devono concorrere a costruire un ambiente online compatibile con i diritti e la sicurezza dei minorenni.
Quando la ricerca di consenso diventa un rischio
Quando però la ricerca di approvazione e di visualizzazioni si traduce in comportamenti pericolosi, il confine tra intrattenimento e rischio diventa estremamente sottile.
Durante l’adolescenza il riconoscimento del gruppo e la costruzione della propria identità hanno un peso particolare. Nei social, però, queste dinamiche possono essere amplificate dalla logica delle visualizzazioni, dei “like”, dei commenti e della condivisione.
Una prova rischiosa può quindi trasformarsi rapidamente in un contenuto pubblico, replicabile e potenzialmente imitabile. Il problema non è soltanto l’eventuale danno fisico immediato: un contenuto può continuare a circolare, essere copiato, ripubblicato o utilizzato per esercitare pressione sul minore.
Gli ultimi casi e l’allarme rosso per i genitori
Non è passato ancora un mese da quando fece scalpore il fatto di cronaca delle due ragazzine scomparse a Caltanissetta e poi ritrovate nascoste in un negozio di cinesi, destando forte allarme poiché si ritenevano rapite da qualche sconosciuto. Invece poi la Procura ha accertato essere l’emulazione di challenge pericolose viste da influencer e youtuber sui social. E vi sono altri episodi probabilmente messi in campo dagli stessi soggetti minorenni a bordo di una mini car. Infatti l’aggressione di qualche giorno fa a Roma ai danni di un attore che stava percorrendo la strada a bordo di un monopattino e poi finito in terapia intensiva perché è stato spinto giù da quel velocipede, ha fatto scoprire al momento altri sei episodi identici di aggressione denunciate nelle ultime 24 ore da altrettanti mal capitati, ad opera della c.d. “banda della minicar”!
Il minore non può essere considerato semplicemente un “utente”
La stessa Commissione europea, nell’analisi dei rischi sistemici delle grandi piattaforme, ha indicato tra i rischi per bambini e adolescenti anche l’esposizione a challenge virali pericolose, collegandola alle caratteristiche del design delle piattaforme e ai sistemi di raccomandazione – Strategia Digitale Europea.
Questo elemento è importante perché sposta il dibattito dalla semplice domanda “perché quel ragazzo lo ha fatto?” a una questione più complessa: “quale ambiente digitale ha reso possibile, visibile e potenzialmente premiato quel comportamento?”
La tutela dei minori online deve partire da un principio fondamentale: bambini e adolescenti sono titolari di diritti, non soltanto destinatari di divieti.
La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, ratificata dall’Italia nel 1991, pone tra i suoi principi fondamentali il superiore interesse del minore, il diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo e il diritto all’ascolto.
Lo stesso principio è riconosciuto dall’articolo 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea: il minore ha diritto alla protezione e alle cure necessarie al proprio benessere e il suo interesse superiore deve essere considerato preminente nelle decisioni che lo riguardano.
Ne deriva, quindi, un equilibrio delicato. Proteggere un adolescente non significa privarlo automaticamente della possibilità di esprimersi, partecipare o utilizzare gli strumenti digitali. Significa creare condizioni nelle quali tali libertà possano essere esercitate senza essere esposte a rischi sproporzionati.
La responsabilità non può ricadere soltanto sui ragazzi.
Attribuire esclusivamente al minore la responsabilità di una challenge pericolosa rischia di semplificare eccessivamente il problema.
Certamente, anche gli adolescenti devono essere educati alla consapevolezza dei rischi e alle conseguenze delle proprie azioni. Ma la capacità di valutare un pericolo non è necessariamente paragonabile a quella di un adulto e, soprattutto, il minore si trova all’interno di un ecosistema progettato e gestito da soggetti che dispongono di strumenti tecnologici e organizzativi enormemente superiori.
La responsabilità va quindi distribuita:
“Le famiglie” hanno un ruolo essenziale nell’accompagnamento e nell’educazione digitale. Il controllo, tuttavia, non dovrebbe trasformarsi in una sorveglianza indiscriminata; occorrono dialogo, ascolto e capacità di riconoscere tempestivamente situazioni di pressione, ricatto, isolamento o ricerca compulsiva di approvazione.
“La scuola” può contribuire attraverso l’educazione digitale e alla cittadinanza, insegnando non soltanto come utilizzare una piattaforma, ma anche come riconoscere la manipolazione, la pressione del gruppo, i meccanismi di viralità e le conseguenze della condivisione incontrollata.
“Le piattaforme” hanno una responsabilità ancora più specifica. Il Digital Services Act europeo richiede alle piattaforme accessibili ai minori di adottare misure per proteggerne sicurezza, privacy e benessere. Le linee guida della Commissione europea del luglio 2025 raccomandano, tra l’altro, impostazioni private predefinite per gli account dei minori, maggiore controllo sui sistemi di raccomandazione e misure di verifica o assicurazione dell’età proporzionate e rispettose della privacy.
I rischi: Il problema degli algoritmi e della viralità – Privacy, immagine e “diritto all’oblio”
Una delle questioni più delicate riguarda il funzionamento dei sistemi di raccomandazione e della permanenza digitale.
Un contenuto capace di suscitare reazioni immediate può essere particolarmente favorito dai meccanismi che determinano ciò che gli utenti vedono nei propri feed. Se a questo si aggiunge la possibilità di replicare facilmente un comportamento, una singola azione può diventare rapidamente un modello da imitare.
Per questo la tutela non può limitarsi alla rimozione dei singoli video dopo che sono diventati virali. Deve intervenire anche “a monte”, sulla progettazione dei servizi, sulla raccomandazione dei contenuti, sulle impostazioni predefinite e sulla capacità delle piattaforme di individuare e ridurre i rischi.
Nel 2026 la Commissione europea ha inoltre avviato specifici procedimenti nei confronti di grandi piattaforme su questioni riguardanti la protezione dei minori. Tra questi, un procedimento preliminare nei confronti di TikTok ha riguardato la sicurezza degli account dei minorenni e la possibilità che contenuti pubblicati da adolescenti fossero esposti a un pubblico eccessivamente ampio.
Un adolescente può pubblicare un video senza percepire pienamente le conseguenze future della sua diffusione. Anche quando il contenuto viene cancellato dall’autore, potrebbe essere già stato scaricato, registrato o ripubblicato altrove.
La protezione della persona minorenne riguarda quindi anche la sua immagine, i suoi dati personali e la possibilità di non rimanere indefinitamente identificata attraverso un episodio avvenuto durante l’adolescenza.
Il Garante per la protezione dei dati personali ha da tempo richiamato l’attenzione sui problemi connessi alla verifica dell’età, alle impostazioni di privacy e alla tutela dei minori sulle piattaforme social.
Prevenire significa costruire insieme un ecosistema più sicuro: Civicrazia e Sportello Telematico “sono sul pezzo”!
Anche l’informazione giornalistica deve confrontarsi con una responsabilità specifica: la cronaca non deve diventare un manuale involontario per l’emulazione.
La risposta alle challenge estreme non può essere affidata a un unico soggetto, ma servono interventi coordinati:
rafforzare l’educazione digitale, non come semplice insegnamento tecnico, ma come educazione alla responsabilità, alla gestione della pressione sociale e alla consapevolezza dei meccanismi delle piattaforme.
rendere più efficaci gli strumenti di segnalazione, garantire interventi tempestivi sui contenuti pericolosi e progettare servizi che tengano conto, fin dall’origine, della particolare vulnerabilità dei minorenni.
Il principio europeo della “sicurezza e privacy by design” va letto proprio in questa prospettiva: la protezione non dovrebbe dipendere esclusivamente dalla capacità del singolo ragazzo di riconoscere il pericolo, ma essere incorporata nel funzionamento stesso del servizio.
A tal fine nel settembre 2026 la Commissione europea ha inoltre presentato una proposta di “EU KIDS Act” finalizzata a rafforzare ulteriormente la sicurezza dei minori nell’ambiente digitale. Si tratta, allo stato, di una proposta normativa e non di una disciplina già definitivamente applicabile.
Civicrazia con lo Sportello Telematico raggiungibile all’indirizzo https://www.civicrazia.org/sportello-telematico/ partecipa alla costruzione dell’ecosistema più sicuro, coinvolgendo e supportando la generazione Z e i giovani millenial, promuovendo un modello di coalizione di cittadini e associazioni impegnata per la tutela dei diritti e la difesa dei deboli, con la mission di rimettere al centro i diritti umani per una società più giusta con i “Cittadini Protagonisti” del futuro!
MariaSilvia De Luca, Avvocato






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