sabato 4 Febbraio 2023

 

la meritocrazia scolastica

“La meritocrazia è il principio di giustizia che postula che a scuola ognuno debba essere ricompensato e valorizzato in funzione dei propri meriti. Punta all’eccellenza”

Da più di un decennio negli istituti scolastici si sostiene che promuovere gli studenti a manica larga sia doveroso e in linea con i principi della cosiddetta eguaglianza.  Un’idea perversa, per cui il diritto allo studio è sinonimo di diritto al diploma. La risposta che solitamente si dà a chi durante gli scrutini si oppone allo scempio di promuovere alla classe successiva alunni che su tredici discipline del piano di studio hanno raggiunto la sufficienza piena si e no su quattro materie è questa: “La scuola è inclusiva!”

Ma che cosa centra?

Che la scuola sia inclusiva significa che accoglie tutti: poveri, ricchi, autoctoni, immigrati, diversamente abili.

Essere inclusivi non contrasta con la meritocrazia.

In un sistema antimeritocratico i meno capaci sono promossi anche a costo di svalutare chi ha maggiori capacità.

Oppure, sempre in fase di scrutinio, si risponde erratamente: “Ci chiediamo che cosa farà questo ragazzo se non lo dovessimo promuovere”?

Ma, in realtà la domanda dovrebbe essere questa: “Che cosa farà se lo dovessimo promuovere”?

E la risposta è facile darla. L’alunno avrà capito che anche se non dovesse fare il suo dovere può avere diritto a un lavoro che non svolgerà ottimamente, data la poca preparazione e le poche competenze che ha acquisito. Inoltre svolgerà il servizio con una grande percentuale di errori a sfavore della comunità.

Se da un lato bisogna proteggere i più deboli e fare sì che chi si merita di laurearsi possa farlo, rifiutare la meritocrazia – che vuole dire selezione, competizione e ricerca dell’eccellenza – significa la continuazione delle vecchie aristocrazie basate sulla ricchezza ereditata e di un declino economico che penalizzerà ancora di più i poveri”, ha scritto giustamente  Roger Abravanel (Corriere della sera del 14 ottobre 2020). Ed è quello che da sempre illustra Civicrazia.

Eliminare la meritocrazia a favore di un falso egualitarismo non premia i meno abbienti ma privilegia ingiustamente chi dispone di risorse per far fronte alle mancanze del sistema dell’istruzione. Il promuovere anche chi non si è minimamente impegnato durante l’anno scolastico, né motivato a partecipare ai progetti che la scuola propone agli alunni per eliminare le carenze e quindi l’abbandono scolastico, né a rielaborare a casa e accrescere il proprio sapere anche autonomamente impegnandosi ad acquisire competenze per poi essere capaci ad affrontare compiti difficili serve solo ad abbassare gli standard e danneggiare  gli studenti che si impegnano.

La scusa del non voler lasciare indietro nessuno non regge. L’anti-meritocrazia non è misericordia e non fa bene agli alunni. Non si educa l’alunno che non ha voglia di impegnarsi regalandogli la promozione.

Gli facciamo solo del male. Se invece ci sta davvero a cuore il bene dei giovani dobbiamo stimolarli affinché le loro qualità emergano e diano frutti.

E all’alunno meritevole – questa è la vera domanda –  in quanto ad apprendimento, saperi, competenze che cosa rispondiamo quando ci chiede la ragione del perché il compagno che in classe ha disturbato la lezione, non si è impegnato e non conosce i contenuti delle discipline, viene promosso con la sua stessa valutazione?

Il disprezzo per l’istituzione scolastica da parte di molti studenti e i loro genitori va di pari passo con il decadimento del corpo insegnanti. Molti docenti, negli anni, hanno perso la passione di educare e di istruire; altri, invece, portano avanti con dignità la formazione delle generazioni future.

Anche i docenti non possono essere trattati senza rigorosi criteri meritocratici.

La figura dell’insegnante è svalutata e, oberata dal dilagante burocratismo cartaceo e  “soprattutto da una pervasiva ideologia che ha fatto della scuola un’istituzione di tipo socio-assistenziale, regolata da un democraticismo pseudo-benevolo”. (Ernesto Galli della Loggia Corriere della sera, 25 settembre 2020).

Basta con questo democraticismo pseudo-benevolo che avvelena le giovani generazioni!

Non è un caso se molti disoccupati negli anni abbiano prestato l’orecchio ai movimenti politici che definiscono il merito un tiranno, che è giusto che lo Stato si occupi di loro e che la scuola pubblica debba promuovere tutti, sempre e comunque.

Investire. invece, nel sapere è capitale, così come promuovere la meritocrazia per sfornare l’élite del domani.

Il merito deve tornare ad essere l’esito e insieme la ragione legittimante di un’autonomia decisionale saldamente collocata dentro una preesistente e condivisa gerarchia del sapere”, scrive esattamente  Alessandro Barbano. Se diventare élite nei secoli passati era impossibile per la stragrande maggioranza della popolazione (dal momento che non c’era meritocrazia), oggi è paradossalmente più aspirabile, considerando che gli strumenti della conoscenza sono a disposizione di tutti. Questo non vuol dire che sia più facile in senso assoluto: la competizione della globalizzazione è aspra ed estremamente selettiva.

Occorre allora una policy che  premi incisivamente il merito.

E’ un’esigenza di efficacia ma anche di giustizia.

Investire, infatti,   nel concetto di meritocrazia fa più bene ai più indigenti che  ai più abbienti.

Giancarla Perotti

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