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CURA DELLA SOFFERENZA MENTALE: E’ L’ORA DELLA RIFORMA

LA LEGISLAZIONE ITALIANA SULLA CURA DELLA SOFFERENZA MENTALE

La battaglia intrapresa dal Difensore Civico Regionale della Campania contro le forme illegali di esternalizzazione delle prestazioni sanitarie di residenzialità psichiatrica territoriale  ha posto rilevanti questioni in termini di legalità e di diritti inviolabili e ha anche offerto agli operatori una preziosa opportunità per una riflessione approfondita sulle leggi in base alle quali è organizzata la cura della sofferenza mentale oggi. 

In Italia, il punto di svolta da uno stile di cura “custodialistico” a uno riabilitativo può essere rintracciato nella legge 180/78 (detta legge Basaglia), poi recepita nella legge 833/1978.

 I postulati fondamentali circa la cura della salute mentale presenti in queste leggi possono essere sintetizzati nelle seguenti proposizioni:

  1.     – l’intervento pubblico non è più finalizzato al controllo sociale dei malati di mente, ma è diretto alla promozione della salute e alla prevenzione di tali disturbi;
  2. – c’è uno spostamento dell’asse portante delle istituzioni assistenziali dagli interventi fondati sul ricovero ospedaliero a quelli incentrati sui servizi territoriali;
  3. – sussiste la necessità di una programmazione di progetti terapeutici e di risocializzazione, con incremento di interventi che coinvolgano le reti familiari e sociali dei pazienti.

In tale quadro di riferimento, si sono poi succeduti due “Progetti Obiettivo Tutela Salute Mentale”:

  1. a)    – il primo del 1994 definisce l’organizzazione delle strutture del SSN in maniera dipartimentale, ponendo al centro dell’operare psichiatrico il Centro di Salute Mentale (struttura sanitaria territoriale, non ospedaliera);
  2. b)    – il secondo del 1999 sottolinea le priorità da affrontare per favorire e tutelare la salute mentale dei cittadini.

 

I LIMITI DELLA LEGISLAZIONE ITALIANA

Purtroppo, sia il passaggio dalla visione custodialistica a quella della cura e riabilitazione, sia quello dalla centralità dell’ospedale a quella del territorio, sia il coinvolgimento delle famiglie e delle reti sociali stanno dando risultati molto al di sotto delle aspettative. 

Tale discrepanza è dovuta alla mancanza di una definizione condivisa sia della natura della sofferenza mentale sia della sua cura. 

E’ mancato il giusto equilibrio dei tre fattori (psicologico, sociale e biologico), con ridotta attenzione ai primi due.

Il 95% dei servizi, infatti, segue il modello a dominanza biologica. In tale orientamento, la malattia mentale si riduce a essere un disturbo neurologico, anche se non ancora acclarato; la cura elettiva è la farmacoterapia. Vige la invisibile camicia di forza farmacologica che a lungo andare cronicizza il paziente.

 Inoltre i pochi modelli a dominanza sociale e psicologica si riducono ad “intrattenere” i pazienti addormentati dai farmaci. In questo contesto, il pregiudizio della inguaribilità del malato mentale è diventato di senso comune.

A livello dei servizi di salute mentale, inoltre, è difficile passare da un modello medico a un modello riabilitativo, in cui l’aspetto organico non sia l’unico, e neanche il più importante. 

La presentazione dei dati delle figure professionali impegnate in Italia per lenire la sofferenza mentale ne è la prova più evidente.

Evidenziamo che, sommando le professioni biologiche/organiche (= medici e infermieri), abbiamo una percentuale di 67,1. Sommando le professioni sociali (= sociologi, terapisti della riabilitazione psichiatrica, educatori professionali, assistenti sociali, operatori addetti alla assistenza ed ausiliari) abbiamo una percentuale di 21,5. La percentuale delle professioni psicologiche è di 5,8.      

Se i numeri parlano, dobbiamo concludere che la “rete” attuale parte da un’ideologia della sofferenza mentale prettamente biologica-organica. La prescrizione e somministrazione del farmaco, che nella pratica non dovrebbe richiedere molto tempo, utilizza la stragrande maggioranza delle risorse umane (= 67,1%). Seguono le professioni sociali, cioè risolvere i problemi pratici che questi pazienti creano (21,5%). Insignificante è la percentuale (5,8) dei professionisti che curano le ferite specifiche di questa patologia, ricostruendo le  capacità di pensare e agire in base alle proprie visioni e di saper vivere in relazione con altri soggetti.

 

PROSPETTIVE DI SUPERAMENTO DEI LIMITI DELLA LEGISLAZIONE ITALIANA: PER UNA PSICO-RIABILITAZIONE DAL VOLTO UMANO

Se si vuole realizzare una psico-riabilitazione dal volto umano e aderente alle conquiste scientifiche si devono rivoluzionare tali percentuali, declinandole con i tempi necessari agli interventi secondo le diverse professionalità.

 Il tempo necessario per la diagnosi psichiatrica, il controllo e la somministrazione degli psicofarmaci (medici/infermieri) è minore (20%) rispetto al tempo necessario (50%) per la psicoterapia e la psico-riabilitazione (terapisti della psico-riabilitazione/ psicologi/ psicoterapeuti) e a quello richiesto (30%) per creare le condizioni sociali di un corretto inserimento del paziente nella famiglia, nel lavoro e nella società (sociologi/assistenti sociali).

Oggi il modello integrato intersoggettivo, affermato in campo scientifico, nella pratica clinica viene praticamente sabotato dai responsabili della gestione della salute mentale facendo un danno al malato ed alla crescita scientifica. 

Se non abbiamo paura di ritenere la sofferenza mentale una malattia specifica della soggettività ed intersoggettività, dobbiamo agire perché si invertano le percentuali delle professioni del fattore psicologico e di quello biologico-organico. Il 68%, infatti, dovrebbe essere attribuito alle professioni del fattore psicologico ed il 6% alle professioni del fattore biologico-organico.

Santolo Lanzaro

Manager in strutture residenziali psichiatriche territoriali private accreditate

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