Gen 22, 2026 | Battaglie | 0 commenti

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NESSUNA PAURA GIUSTIFICA LA VIOLENZA

NESSUNA PAURA GIUSTIFICA LA VIOLENZA: RIFLESSIONI SU UN UXORICIDIO

 

Tema trattato:
La paura come finzione: riflessioni criminologiche su un uxoricidio e la sua giustificazione Il marito uccide la moglie Federica Torzullo con ferocia e dichiara di averlo fatto per paura di perdere l’affidamento del figlio. Una motivazione che, a un’analisi giuridica e psicologica, rivela evidenti contraddizioni. La fragilità della motivazione. Nel diritto italiano, l’affido condiviso è la regola generale: solo la violenza o l’inadeguatezza di un genitore ne giustificano l’esclusione. La presunta “paura di perdere il figlio” appare dunque priva di fondamento, soprattutto dinanzi alla consapevolezza che l’omicidio comporta la perdita definitiva di ogni relazione genitoriale. Sorge così il sospetto che la confessione sia una costruzione difensiva, una narrazione postuma pensata per suscitare empatia e ottenere un’attenuazione di pena. Violenza e controllo. La crudeltà dell’atto e l’eccessiva violenza impiegata — ciò che la criminologia definisce overkilling — smentiscono l’idea di un gesto dettato dal panico o dall’impulso. Si tratta piuttosto di un comportamento caratterizzato da rabbia, possesso e volontà di dominio, dove la vittima è vissuta come oggetto da punire più che come persona da cui si teme la separazione. Non paura, ma controllo; non perdita, ma vendetta emotiva e simbolica. Una paura che non spiega, ma giustifica. Sul piano psicologico, la “paura” dichiarata si configura come maschera di un fallimento narcisistico: l’incapacità di accettare il limite, la frustrazione della perdita del potere affettivo. Il gesto omicida è allora una risposta distruttiva a un vissuto di sconfitta, non un atto dettato dall’amore o dalla disperazione. Conclusione. Attribuire all’omicidio una causa “emotiva” serve spesso a renderlo comprensibile, ma non lo rende plausibile. La paura di perdere un figlio non spiega la ferocia, non giustifica la crudeltà e non attenua la colpa. È, piuttosto, una narrazione artificiosa che tenta di umanizzare l’inaccettabile — e che, proprio per la sua fragilità logica, finisce per svelare la verità taciuta: dietro la paura si nasconde il bisogno di dominio, non il dolore della perdita.

 

 

La paura come finzione: riflessioni criminologiche su un uxoricidio e la sua giustificazione

 

Il marito uccide la moglie Federica Torzullo con ferocia e dichiara di averlo fatto per paura di perdere l’affidamento del figlio. Una motivazione che, a un’analisi giuridica e psicologica, rivela evidenti contraddizioni.

La fragilità della motivazione. Nel diritto italiano, l’affido condiviso è la regola generale: solo la violenza o l’inadeguatezza di un genitore ne giustificano l’esclusione.
La presunta “paura di perdere il figlio” appare dunque priva di fondamento, soprattutto dinanzi alla consapevolezza che l’omicidio comporta la perdita definitiva di ogni relazione genitoriale.
Sorge così il sospetto che la confessione sia una costruzione difensiva, una narrazione postuma pensata per suscitare empatia e ottenere un’attenuazione di pena.

Violenza e controllo. La crudeltà dell’atto e l’eccessiva violenza impiegata — ciò che la criminologia definisce overkilling — smentiscono l’idea di un gesto dettato dal panico o dall’impulso.
Si tratta piuttosto di un comportamento caratterizzato da rabbia, possesso e volontà di dominio, dove la vittima è vissuta come oggetto da punire più che come persona da cui si teme la separazione. Non paura, ma controllo; non perdita, ma vendetta emotiva e simbolica.

Una paura che non spiega, ma giustifica. Sul piano psicologico, la “paura” dichiarata si configura come maschera di un fallimento narcisistico: l’incapacità di accettare il limite, la frustrazione della perdita del potere affettivo.
Il gesto omicida è allora una risposta distruttiva a un vissuto di sconfitta, non un atto dettato dall’amore o dalla disperazione.

 

 

Conclusione. Attribuire all’omicidio una causa “emotiva” serve spesso a renderlo comprensibile, ma non lo rende plausibile.

 

La paura di perdere un figlio non spiega la ferocia, non giustifica la crudeltà e non attenua la colpa.

È, piuttosto, una narrazione artificiosa che tenta di umanizzare l’inaccettabile — e che, proprio per la sua fragilità logica, finisce per svelare la verità taciuta: dietro la paura si nasconde il bisogno di dominio, non il dolore della perdita.

Rosaria Salamone, Avvocato    

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