Mar 10, 2026 | Battaglie | 0 commenti

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COSA CAMBIA PER IN CARCERE CON IL NUOVO DECRETO SICUREZZA

IL NUOVO DECRETO SICUREZZA N. 23/2026.
COSA CAMBIA PER IL CARCERE ?

 

E’ entrato in vigore da pochi giorni il cd. decreto sicurezza, un corposo provvedimento che dovrà essere convertito in legge entro 60 giorni dal Parlamento.
Molte gli interventi: dall’innalzamento delle pene per reati in materia di porto di armi quali coltelli e simili, una nuova figura di rapina aggravata, nuove ipotesi di divieto di accesso a luoghi pubblici e a manifestazioni, nuovi poteri del prefetto, individuazione di zone rosse, introduzione di un fermo di polizia preventivo per 12 ore ed altro.
L’occasione è stata fornita da una serie di episodi che ha turbato l’opinione pubblica e ha incrementato la percezione di insicurezza soprattutto in aree urbane degradate.
Solo nei primi giorni di marzo molteplici sono stati gli accoltellamenti tra minorenni.

 

 

IL NUOVO RUOLO DELLA POLIZIA PENITENZIARIA

 

In ambito carcerario le nuove disposizioni provocheranno un aumento di ingressi, perché da sempre il mero innalzamento di pene non ha svolto una efficacia deterrente , non accompagnato quantomeno da efficaci misure di prevenzione e di intervento sociale. La storia insegna.
E’ stato introdotta una nuova disposizione di particolare rilevanza, perché amplia la figura dell’agente “sotto copertura”, cioè di colui che può intromettersi nell’attività delittuosa di atri per scoprire delle nuove prove, fingendosi correo, senza incorrere in responsabilità penale, purché non istighi al delitto.
La normativa in esame, utilizzata soprattutto per la criminalità organizzata, consente ad Ufficiali dell’Arma dei CC, della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato di acquistare stupefacenti e beni che sono il prezzo o il profitto di reato, di concludere accordi illeciti, di corrispondere denaro o altre utilità, al fine di infiltrarsi in attività criminali e identificare gli autori.
L’art. 16 del decreto legge prevede che questo ruolo possa essere assunto anche dagli ufficiali del Corpo della Polizia Penitenziaria, con estensione a una molteplicità di reati, compreso, per fare un esempio, quello di indebita introduzione di strumenti cellulari all’interno delle carceri per consentire comunicazioni non autorizzate, soprattutto nel caso di appartenenti alle associazioni a delinquere, specie se di tipo mafioso o terroristico, ma anche di detenuti comuni.
Il problema è che il nostro ordinamento penitenziario, improntato alla rieducazione e al reinserimento delle persone condannate ai sensi dell’art. 27 co 3 Cost., si basa sul lavoro coordinato di educatori, volontari, medici, polizia penitenziaria, personale civile e militare, sotto la guida della Direzione dell’istituto e che formano con i detenuti la cd. comunità penitenziaria, in cui la fiducia nell’opera dei vari attori, istituzionali e non, è fondamentale perché le persone condannate possano iniziare e proseguire un cammino di riflessione e di futura reintegrazione.
L’attribuzione di questo ruolo agli ufficiali di polizia penitenziaria rischia di creare una situazione di sospetto nei confronti di ogni persona che entra in carcere, perché potrebbe trattarsi di ufficiale sotto copertura, che può agire anche per interposta persona e creare una situazione che snatura la “mission” anche trattamentale della polizia penitenziaria e di sospetto reciproco che potrebbe rendere difficile la gestione della vita interna.

Va ricordato che la legge n. 395/ 1990, di riforma della polizia penitenziaria, prevede appunto che il corpo di polizia penitenziaria (oltre ai compiti di garanzia dell’ordine e della sicurezza all’interno degli istituti di esecuzione delle misure restrittive della libertà personale, al servizio di traduzione dei detenuti, alla verifica delle prescrizioni della magistratura di Sorveglianza ed altri compiti ancora) debba partecipare anche nell’ambito di gruppi di lavoro, all’attività di osservazione e trattamento rieducativo dei detenuti e degli internati e svolge tutti i compiti conferiti dall’ordinamento penitenziario.

D’altra parte in questi anni difficili di sovraffollamento e di condizioni di vita inaccettabili all’interno del carcere, molto spesso il ruolo della polizia penitenziaria è stato fondamentale, essendo gli operatori quelli più in contatto con i detenuti di cui raccolgono necessità e colgono spesso situazioni di estrema difficoltà esistenziale. L’attribuzione di ruoli volti alla ricerca di prove da parte di chi svolge un ruolo anche trattamentale rischia di creare un corto circuito pericoloso.

L’AUSPICIO

 

Il tempo è poco e il rischio della conversione, senza ogni apporto migliorativo, anche di questa parte di decreto è notevole. E’ necessario che le associazioni che si occupano dei diritti dei detenuti diano, sulla base delle specifiche esperienze, il loro contributo. Ci sono già delle reazioni negative (Associazione Antigone ). E’, inoltre, necessario l’urgente intervento del Garante nazionale delle persone private della libertà personale nazionale e di quelli regionali e comunali perché il tema venga affrontato proficuamente in tempo utile.

Desi Bruno, Avvocato https://www.civicrazia.org/wp-content/uploads/2026/03/spy-29535_1280.webp

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