2025: ANCORA UN ANNO TERRIBILE PER IL SISTEMA PENITENZIARIO
Sempre molto critici i dati sulle morti: 241 persone sono decedute in carcere nel 2025, di cui 80 si sono suicidate, come riporta il dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti, aggiornato al 31 dicembre. “La popolazione detenuta è molto fragile, quando è in libertà spesso sta per strada, ha molto disagio psichico, sono persone che non si sono prese cura della propria salute, che non avevano accesso ai servizi sanitari. A questo bisogna aggiungere che il carcere non è in grado di farsi carico della fragilità delle persone, della loro domanda di salute. L’assistenza sanitaria in carcere è peggio che fuori: c’è una popolazione particolarmente bisognosa con un servizio molto scarso, quei numeri sono il risultato. E sono molto alti rispetto anche a quando negli istituti erano presenti più detenuti rispetto ad oggi”.
In questi giorni di inizio 2026, risuonano ancora con forza le parole con cui il Presidente Sergio Mattarella ha più volte denunciato le criticità del sistema carcerario italiano. Anche nei suoi discorsi alla Nazione, il Capo dello Stato ha acceso i riflettori sul sovraffollamento cronico e sulle condizioni strutturali ormai inadeguate. È d’altronde vivo e bruciante il ricordo della storica condanna inflitta all’Italia nel 2013 dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: con la sentenza Torreggiani, Strasburgo sanzionò la violazione dell’art. 3 della CEDU, accertando che i ricorrenti erano stati ristretti in celle triple con meno di quattro metri quadrati a testa.
DATI ALLARMANTI
I dati attuali delineano un quadro allarmante.
Al 30 novembre 2025, le persone detenute nei 190 istituti penitenziari italiani erano 63.868, a fronte di una capienza regolamentare di 51.275 posti. Il confronto con il passato è significativo: al 31 dicembre 2012, alla vigilia della sentenza Torreggiani, i detenuti erano 65.701 per 47.599 posti disponibili. La preoccupazione maggiore risiede nel trend: esauriti nel 2015 gli effetti delle “misure tampone” introdotte per attuare il dictum europeo, la popolazione carceraria ha ripreso a crescere al ritmo di oltre 1.000 unità l’anno. È quanto emerge anche dal bilancio di fine anno “forse il più cupo degli ultimi anni”, dice Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio dell’Associazione Antigone. “C’è una situazione di assoluta emergenza, al momento l’unica misura possibile è un provvedimento straordinario”.
Come è noto, nonostante anche l’intervento del Papa e del Presidente del Senato, ad oggi nessun provvedimento volto ad alleggerire il sovraffollamento è stato preso, né ha dato risultati il nuovo piano carceri in materia di edilizia penitenziaria, la nuova normativa in tema di inserimento di persone detenute in situazione di disagio sociale a fine pena in strutture inserite in apposito elenco.
Lontano è l’inserimento dei tossicodipendenti in stato di detenzione in comunità terapeutiche come “ normale “ alternativa al carcere.
CARCERE E PSICHIATRIA
Uno dei temi più difficili da affrontare è quello della crescente presenza di persone con disagio psichico grave in carcere. Secondo il rapporto dell’Associazione Antigone il 12% delle persone detenute ( circa 6.000 persone) è portatore appunto di una diagnosi psichiatrica grave, con un aumento percentuale del 2% rispetto all’anno scorso. Superata la presenza degli OPG Ospedali psichiatrici giudiziari, chiusi definitivamente con la legge 81/ 2014, che consentivano l’invio dei detenuti più problematici da un punto di vista psichico, le persone con disagio psichico vengono trattate in carcere nelle cosiddette ATSM. Le ATSM sono articolazioni di salute mentale, che costituiscono una sorta di reparto psichiatrico interno alle carceri, ma non in tutte (17 ) e si occupano di una fetta della popolazione detenuta. Circa trecento sono i posti disponibili, mentre il disagio regna in tutte le sezioni detentive, comprovato dal ricorso massiccio agli psicofamaci.
Per gli autori di reato riconosciuti infermi o seminfermi di mente gli OPG sono stati sostituiti dalle REMS, residenze per l’esecuzione di misure di sicurezza, con posti limitati; questo è un altro aspetto del problema.
La tutela sanitaria e quindi della salute psichica è affidata al Servizio sanitario nazionale, al fine di assicurare parità di trattamento tra chi è dentro e chi è fuori, dopo il passaggio della medicina penitenziaria al servizio pubblico nel 2008.
Gli operatori del settore affermano che il carcere sta diventando un grande manicomio, con aggiunta di tutti i problemi sanitari che una popolazione emarginata porta in carcere. A fronte di questi dati le ore di servizio degli psichiatri erano in media 9,14 ogni cento detenuti, quello degli psicologi 19.9 ore ogni 100 detenuti.
La Corte Costituzionale ha affermato con sentenza n. 99/2019 che anche in caso di disagio psichico di persona comunque capace di intendere e di volere si può percorrere la strada della detenzione per gravi motivi di salute se sussiste incompatibilità con l’ambiente carcerario.
E’ evidente che appare necessario incrementare personale adeguato in ambito detentivo che avverte pressante il bisogno di interventi ad hoc.
IL DOCUMENTO DEL CPT COMITATO EUROPEO PER LA PREVENZIONE DELLA TORTURA DEL DICEMBRE 2025
In questo solco si pongono le indicazioni recenti del Comitato europeo contro la tortura che mette i sanitari in prima linea: referti precisi, indipendenza e stop all’isolamento per i malati mentali. Il diritto alla salute non finisce dove iniziano le mura di un penitenziario, come è già scritto nel nostro ordinamento. Il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) ha messo nero su bianco il nuovo standard per l’assistenza sanitaria dietro le sbarre, un testo che nasce da trentacinque anni di visite ispettive in tutta Europa. Se mancano le cure – ha precisato il Cpt – siamo di fronte a un trattamento inumano o degradante.
Il Cpt riconosce che i disturbi mentali sono molto più frequenti tra chi sta in cella rispetto al resto della popolazione. Per questo, psichiatri e psicologi devono essere parte integrante dei servizi sanitari in ogni prigione. Ma c’è un limite invalicabile: chi soffre di patologie mentali gravi, come psicosi acute o depressioni profonde con rischio suicidario, non può stare in una cella comune. Deve essere trasferito subito in un ospedale psichiatrico dove possa ricevere terapie adeguate, e questa decisione deve essere puramente medica, senza che l’amministrazione penitenziaria possa interferire. Il Cpt è categorico anche sui mezzi di contenzione: letti di forza e camicie di forza non devono mai essere usati in prigione. Se un detenuto è agitato, la cella liscia deve essere l’ultima spiaggia, per il tempo più breve possibile, preferendo sempre le tecniche di de-escalation.
Dunque, stando ai numeri dei suicidi, di autolesionismo e di aggressioni tra detenuti e verso gli agenti, all’uso di psicofarmaci, alla presenza di tossicodipendenti con doppia diagnosi, agli stati plurimi di disagio mentale, verrebbe da dire che sarebbe opportuno rilanciare un piano sanitario ad hoc, pensato sulle peculiarità del mondo carcerario, che è diverso dal fuori e richiede specifiche competenze ed esperienze. Non basta aumentare i posti, ma è necessario implementare il personale dedicato e le offerte di trattamento per la salute e la sicurezza dei singoli e della collettività.
Desi Bruno, Avvocato 





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