Magistratura: tertium “non più” datur? Stampa
Giovedì 13 Settembre 2018 13:16

Nel Novembre del 1991, i cittadini assistettero tra il confuso e il sorpreso ad una delle più dure crisi tra poteri istituzionali: Cossiga, l’allora Presidente della Repubblica, precisando di voler parlare “a nome della gente comune”, accusa il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) di voler debordare dalle sue competenze, fino a configurarsi più che come un potere, come un contropotere. Cossiga era addirittura pronto a far intervenire i carabinieri per sciogliere il consiglio plenario. Le sue ragioni: se il Csm fosse stato autorizzato a intervenire, in quanto assemblea, sulle leggi della Repubblica, avrebbe assunto di fatto un potere legislativo e non giudiziario, diventando così una terza Camera, che la Costituzione non prevede. Il Csm infatti aveva avuto la pretesa di mettere in discussione alcuni indirizzi del nuovo codice approvato a quel tempo dal Parlamento in carica.

Purtroppo per gli italiani, non fu l’unica volta in cui la voce del Csm andò oltre il limite del suo potere giudiziario. E nel tempo, inoltre, si è sempre più assistito ad una sorta di drammatizzazione e di spettacolarizzazione del ruolo del giudice o del pubblico ministero, che esulano completamente dalle loro prerogative.

Il terzo potere dello stato di diritto, rappresentante il potere giudiziario, ha assunto nella contemporaneità un ruolo veramente poco consono alla propria figura istituzionale. In un tempo ormai passato, la figura del magistrato era percepita come una persona molto importante, ma dimessa. Nel senso che non partecipava a feste o a inviti di persone politiche, o imprenditori molto esposti mediaticamente, perché nulla facesse neanche sospettare la vicinanza a gente che avrebbe un giorno potuto inquisire. La salvaguardia dell’autorità (giudicante) doveva essere al primo posto nella vita di un magistrato, pena anche la scelta personale di una vita ritirata e poco avvezza alle luci della ribalta.

I magistrati di oggi, invece, si sono conquistati la prerogativa di giocare su molti tavoli: lasciare i tribunali per farsi eleggere in un partito, per poi tornare in aula come giudicanti o accusatori; partecipare a conciliaboli con amici di partito e anche con avvocati; diventare addetti di un ministro, per poi tornare procuratori; presentarsi in televisione per giustificare i propri operati o per sposare o rigettare scelte di politica istituzionale; per giungere fino ad intervenire giuridicamente per giudicare e modificare leciti comportamenti politici ed indirizzi politici democraticamente avviati.

Tali comportamenti patologici, che si sommano ad altre condotte legali nella forma, ma radicalmente anti-democratiche ed ingiuste nella sostanza, hanno fatto sì che la percezione e la reazione dei cittadini, nei confronti della magistratura, sia stata quella della paura di trovarsi di fronte a persone di parte, che hanno perso cioè la propria caratteristica di terzietà.

“Giudice terzo e imparziale”, recita il 2° comma dell’art. 111 della Costituzione. È evidente che la giustizia della decisione è più facilmente conseguibile da parte di un giudice privo di vincoli e di contiguità alla causa. Terzietà ed imparzialità sono le colonne portanti per un esercizio effettivo della giurisdizione, al punto che difettando uno dei due requisiti potrebbe quasi dirsi che siamo al cospetto di un simulacro di processo. Per apparire “terzo” dinanzi alla collettività intera, il magistrato deve collocarsi in uno spazio di maggiore indipendenza ed autonomia, rafforzando il proprio ruolo di garante dei diritti del cittadino. Con ciò fornendo agli esiti stessi della giurisdizione una nuova e compiuta legittimazione.

Spetterebbe al Capo dello Stato, in quanto Presidente del Csm, attenuare e sanzionare simili distorsioni e a riportarle nell’alveo del loro potere costituzionale, ma se il Presidente della Repubblica non avesse la forza necessaria, un’altra figura terza dovrebbe avere il compito di intervenire: si tratta del Difensore Civico Nazionale, il quale, mediante l’impulso di cittadini attenti e responsabili, potrebbe indurre un ripensamento nelle condotte assunte. Così da far tornare il potere giudiziario agli splendori conosciuti alle origini della sua fondazione.