Contro lo sfruttamento, più controlli e meno burocrazia? Stampa
Mercoledì 13 Giugno 2018 13:27

Commentando la vicenda di Sacko Soumayla, l'attivista dell'Usb ucciso in Calabria nei giorni scorsi, e la situazione dello sfruttamento dei braccianti, il Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, nonché Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Di Maio, esclama: “Non è il 2018 quando si vedono queste condizioni di lavoro!” E quindi spiega: “Negli anni i meccanismi di sfruttamento sono stati combattuti aumentando gli oneri sulle spalle degli imprenditori e il risultato è stato di continuare a fare prosperare i disonesti e a gravare sugli onesti. Dobbiamo fare più controlli e ridurre la burocrazia. Per questo l'Ispettorato del Lavoro va potenziato per controllare ed evitare questi malfunzionamenti”.

Potrà essere questa la ricetta giusta? Diminuire la burocrazia e potenziare ancora di più l’Ispettorato del Lavoro potrà veramente fare la differenza?

Innanzitutto, diminuire la burocrazia non significa migliorarla o perfezionarla: negli ultimi decenni si è assistito a un andamento ondivago della burocrazia italiana, incrementandone o depotenziandone le prerogative operative, senza però mai raggiungere il suo vero obiettivo in una moderna democrazia. Ancora alla fine del 1800, il diplomatico e archeologo Carlo Dossi proclamava: “Lo scopo della burocrazia è di condurre gli affari dello Stato nella peggior possibile maniera e nel più lungo tempo possibile”. E a tutt'oggi poco o niente è cambiato. Però, insinuarne una diminuzione, un taglio, senza risolverne le problematiche inerenti, non giova certamente a coloro che rappresentino il soggetto primario a cui la burocrazia stessa si rivolge: il cittadino.

Gli attacchi alla primaria organizzazione di persone e risorse destinate alla realizzazione di fini collettivi, sono stati durissimi in questi ultimi anni e sempre derivanti da una concezione neoliberista di stato moderno, in cui non sono più i cittadini al centro dell’arena comunitaria, ma lo è il capitale e con esso le multinazionali ed i propri esclusivi interessi. Con la conseguenza di avere uno Stato sempre più debole, con regole contorte, volutamente incomprensibili, aperte a fantasiose interpretazioni e comunque sempre volte a favorire lo scambio di merci, siano esse tangibili o intangibili.

Dunque, oggi c’è bisogno di burocrazia per ridare voce e sostegno ad un cittadino divenuto a sua volta merce di scambio, perdendo la titolarità di destinatario di diritto. Ma la burocrazia è chiamata a un grande passo che finora nessun legislatore ha voluto responsabilmente compiere: non si sono cercate vere e nuove soluzioni e c’è ancora una totale incapacità di adattamento al nuovo. La soluzione dei problemi e l’applicazione delle regole hanno peccato di inflessibilità congenita. I funzionari della Pubblica Amministrazione si sono chiusi in un antistorico orgoglio di corporazione e sono stati spinti, da una legislazione accecata dai richiami di condotte privatistiche, verso dannosi comportamenti competitivi, privilegiando i propri interessi personali a discapito dell’assistenza agli utenti. La loro formazione si è trasformata in una ulteriore burocratizzazione, facendo perdere di vista l’obiettivo originario del servizio al cittadino e del controllo dell’ordine costituito: tale “pignoleria ritualistica” ha causato continue incertezze interpretative (che peraltro sono anche figlie di una pessima produzione legislativa).

D’altro canto, l’Ispettorato del Lavoro è sempre più percepito da cittadini e imprenditori come un grande carrozzone dove prolifera la corruzione e come un organismo di polizia di uno stato totalitario. Un suo potenziamento non farebbe che inasprire i rapporti già costantemente in tensione.

La domanda che nessuno ancora sembra porsi invece è la seguente: cosa ha a che fare lo sfruttamento dei lavoratori con lo stato di diritto? E perché, dunque, la ricetta proposta da Di Maio sarebbe solo poco più di un atto di mera propaganda?

La narrazione democratica, sostenuta dal giornalismo degno di nota o dai maggiori sindacati, nonché da una parte della ricerca accademica “urlante e sofisticata”, parla sovente di uno sfruttamento quale mero effetto di gestione mafiosa o di illecito. Ma tale gioco fondato sul tema dello scontro legale-illegale ha la semplice funzione di distrarre la cittadinanza: lo sfruttamento del lavoratore ha poco a che vedere sia con la bulimica burocrazia, sia con un presunto lassismo di controllo. Si tratta, in realtà, di un sistema strutturalmente organizzato dell’economia globalizzata.

Il costo del lavoro nella grande industria non è determinato dalla produttività, né da un certo potere di negoziazione del lavoratore, al contrario è stabilito dalla condizione giuridica che gli attribuisce uno Stato prono al capitalismo, una condizione che elimina qualsiasi possibilità di contrattazione per il proprio salario: frontiere evanescenti, fluide, ma che possono – all’occorrenza – divenire rigide ed impenetrabili. Uomini e donne respinte o schiavizzate a norma non della legge democratica, ma secondo il volere capitalistico dell’interesse privato, mentre le merci possono e devono circolare assolutamente libere, in grandi quantità e possibilmente non gravate da “inique” tassazioni statali. Nasce così la figura globale del “lavoratore flessibile”, la cui prestazione lavorativa, e con essa la sua intera esistenza, è piegata alle esclusive esigenze di produzione. Una enorme fetta di popolazione, tutt’ora in crescita, vive in condizioni di ricattabilità talmente estreme da rasentare la schiavitù.

Se da una parte, dunque, è vero che alleggerire la burocrazia e irrigidire i controlli potranno distruggere le piccole illegalità dei piccoli o piccolissimi imprenditori, scamperanno alla “retata” le grandi aziende multinazionali dentro le quali il sistema statale non ha più alcun controllo o potere. E saranno queste che Di Maio, unitamente a uno Stato tornato di nuovo forte, dovrà essere in grado di perseguire, per il bene del cittadino e dell’intera comunità democratica.