La lezione di Aldo Moro è ancora una volta rinviata Stampa
Sabato 12 Maggio 2018 19:38

Quaranta anni fa, alle ore 13 del 9 maggio 1978, tanti ragazzini fecero ritorno a casa e, seduti a tavola per il pranzo, rimasero folgorati dalle immagini televisive del corpo di un uomo rannicchiato nel bagagliaio posteriore di una Renault rossa. A quel tempo non c’era ancora stata quell’invasione di morte che devastò nei decenni successivi la mente di tanti bambini. E quel corpo senza vita, abbandonato, di un perfetto sconosciuto per gli ignari studenti delle elementari e delle medie di quel tempo, rimase scolpito nelle loro, nelle nostre coscienze, senza aver avuto alcuna possibilità di cogliere nel profondo l’importanza di quell’uomo, come per i tanti uomini (Peppino Impastato fu ucciso quello stesso giorno) che persero la vita, vittime di una guerra di potere mai terminata.

Il caso di Aldo Moro è emblematico per la storia politica e giudiziaria del nostro Paese. Una storia ancora in parte sconosciuta, una storia adulterata e invisa perché nonostante le tante parole spese per il periodo storico moroteo, le istituzioni politico-giudiziarie non hanno voluto raccontarci ancora la piena e completa verità.

I colleghi, gli amici e i nemici di Aldo Moro, i testimoni di quel tempo, stanno lentamente ma inesorabilmente lasciando questo mondo, portandosi via una grossa dose di omertà e con essa gran parte della nostra storia italiana contemporanea. Le istituzioni hanno tradito: innanzitutto Moro come persona e cittadino e poi hanno tradito il proprio popolo, tant’è vero che lo stesso statista nelle lettere scritte dalla “prigione del popolo”, mise a nudo la logica aberrante del potere, con il suo “assurdo e incredibile comportamento”, a tal punto di arrivare a chiedere alla moglie di “rifiutare eventuale medaglia”, essendo ben consapevole della fine. Il funerale di Aldo Moro venne poi celebrato senza il suo corpo per esplicito volere della famiglia, che non vi partecipò, ritenendo che lo Stato italiano poco o nulla avesse fatto per salvare la sua vita.

Ma soprattutto, con la sua scomparsa è scomparso un mondo. Un mondo politico e sociale di cultura e di ideali, che è stato spazzato via dall’invasione del “consumismo”. Consumismo di morte, legislativo, giudiziario. Consumismo del potere che ha reso sterile la vita costituzionale di un Paese la cui democrazia è stata da sempre ritenuta fragile e vulnerabile. Lo storico Guido Formigoni scrisse: “Si è perso con Moro l’idea della politica come intelligenza degli avvenimenti e capacità di persuasione, la democrazia che è una tensione e non una conquista una volta per tutte. Dopo di lui, la politica è stata sempre di più affidata esclusivamente ai rapporti di forza. Certo, Moro è stato un uomo di potere, ha conosciuto il potere in tutti i suoi aspetti, anche il più crudo e il più oscuro. Nessuno come lui sapeva cosa si muove nel fondale occulto della politica e della società italiana. Ma proprio per questo immaginava la costruzione di percorsi complessi, di tempi lunghi, di non esaurire un progetto politico nello spazio di un istante”.

C’è una frase in un articolo giovanile di Moro, in cui illustra le sue convinzione sul senso di fare politica “il nostro posto è all’opposizione, il nostro compito è al di là della politica. Noi non abbiamo aspirazioni a governare. Non vogliamo il potere, perché esso ci fa paura. Potrebbe rendere anche noi conservatori, conservatori, non fosse altro, di una libertà meschina e personale. Potrebbe abituarci al compromesso, potrebbe insegnarci la finzione. E noi vogliamo essere liberi, liberi di tutta la libertà dello spirito”.