Civicrazia contro lo stalking e il disagio sociale, dalla parte delle vittime. A tu per tu, in veste di Difensore Civico Nazionale, con due cittadini italiani Stampa
Giovedì 28 Marzo 2013 13:50

diritti cittadinoCivicrazia, contro ogni forma di sopruso verso i cittadini italiani, si mobilita per salvare dall’indifferenza generale due vittime della crisi della nostra società. 

Ecco la loro storia. Due cittadini Italiani, M. e G. T., vittime di stalking nel 2005 perdono il proprio lavoro. Si ritrovano completamente soli: i servizi sociali del loro comune non li aiutano e così non riescono più a pagare il mutuo. La perdita della casa e della fiducia nelle istituzioni locali li spinge, per sopravvivere, ad una vita da fuggitivi. Iniziano a spostarsi in varie regioni italiane all’inseguimento di lavori stagionali e/o precari…e per sfuggire alla stessa azione di stalking che li ha esposti alla violenza degli uomini ed a quella peggiore della burocrazia, oltre ad averli privati del lavoro.
M. e G. T. non si fermano, nel contempo chiedono un intervento a livello giuridico, descrivendo all’Autorità competente le varie ingiustizie subite (causa dei loro mali) con i limiti applicativi, poiché una legge sullo stalking o un’interpretazione dei fenomeni in tal senso, all’epoca, era completamente assente.
Tra lavori poco remunerati e la situazione di crisi economica generale, continua per loro una vita difficile. A tutto ciò si accompagna la lentezza della giustizia e un vortice di diffamazioni instillate apposta nel tessuto sociale per bloccare qualsiasi intervento a loro favore. Nel 2006 riescono ad ottenere alcuni aiuti dalla Chiesa Cattolica, ma un dirigente di una organizzazione di sostegno ai poveri, di propria iniziativa, decide che queste persone debbano tornare nella loro provincia di nascita: tutti gli altri centri di sostegno si uniformano a tele linea di non aiuto. Così i nostri due cittadini, non riescono quindi più ad ottenere l’aiuto promesso né in quella regione, né in altre.

Alcuni comuni contattano quello di residenza, assecondandolo, bruciando ogni possibilità quando le organizzazione di Chiesa non avevano posto alcun veto, l’imperativo è sempre il medesimo: quei due devono tornare nella provincia in cui sono nati. Altri comuni, per evitare ogni coinvolgimento, si avvalgono della formula della “non residenza”.
L’attività di assistenza sociale è erogata dalla legge quadro 328 del 2000. Ogni regione ha poi provveduto a legiferare in proposito. L’ente più vicino al cittadino, responsabile di tale erogazione, è il Comune di residenza, che deve valutare i parametri di povertà, incapacità fisica … per conoscenza diretta. Tuttavia, l’articolo 28 prevede interventi per situazioni di estrema povertà, indipendentemente dalla residenza, nel rispetto della Costituzione.
È ragionevole che un comune non di residenza possa erogare i medesimi servizi, nel rispetto della Costituzione : recita un decreto legge di una regione italiana “sono destinatarie delle prestazioni sociali di cui alla presente legge tutte le persone residenti o domiciliate o aventi stabile dimora nel territorio regionale e le loro famiglie. Le prestazioni sociali si estendono, altresì, alle persone occasionalmente o temporaneamente presenti in “omissis” allorché si trovino in condizioni di difficoltà tali da non consentire l’intervento da parte dei servizi della Regione o dello Stato di appartenenza”.
Tornando ai nostri due italiani, finalmente un comune, non di residenza, opta per un aiuto concreto, economico e lavorativo, ma deve cedere di fronte alla volontà di chi si era già uniformato a quel dirigente della Chiesa: l’alloggio non viene concesso nemmeno se pagato con i soldi del comune.
Siamo al 2010, dopo ulteriori spostamenti, vengono cacciati, anche a causa di una cattiva accoglienza sociale di taluni cittadini, dalla scarna stanza assegnata.
Senza un tetto ad accoglierli ed in una situazione di indigenza senza fine, travolti dal vortice dell’indifferenza sia istituzionale che sociale - non interviene nessuno a risolvere la situazione, né servizi sociali,né chiesa né altre autorità da loro invocate – gli stessi sopravvivono alla meno peggio dormendo in rifugi di fortuna.
La loro presenza è in parte tollerata, in parte profondamente osteggiata: riescono appena a sopravvivere, ma non a rientrare in un contesto di vita civile, indipendente e dignitosa; cercano soluzioni in varie direzioni. Alla fine si rivolgono a Civicrazia, aggregazione di realtà a sostegno di chi non ha voce.

Civicrazia, da sempre al fianco del Cittadino, porta alla luce tale storia attraverso una breve intervista.


1 M. e G. T., come avete fatto a conoscere Civicrazia?
Siamo approdati a Civicrazia cercando nel motore di ricerca Google informazioni sul Difensore Civico nazionale.


2 Perché vi siete rivolti a noi piuttosto che al Difensore Civico della vostra città o regione?
Abbiamo cercato di interessare il Difensore Civico territoriale e regionale, e non riuscendo a trovare soluzioni applicabili, abbiamo pensato di provare con figure di altre regioni, e poi con il Difensore Civico nazionale. Scoprendo che in Italia, unico paese d’Europa in cui manca tutt’ora la legge istitutiva dello stesso, la sua figura è ricoperta da Civicrazia, aggregazione di Associazioni a tutela del Cittadino.

3 Quali sono stati i motivi che vi hanno indotto a ricorrere al Difensore Civico regionale?
I motivi sono essenzialmente due:
Primo,
non ci risulta che il Difensore Civico locale si sia adoperato per risolvere il caso, o almeno a cercare di risolverlo. Per esempio, alcune persone, avrebbero dovuto essere informate dallo stesso Difensore: in realtà queste hanno mantenuto le medesime idee distorte e nebulose.Secondo, una casistica come la nostra presentava degli aspetti alquanto articolati per poter essere affrontata con successo da un Difensore Civico locale, ossia inserito nello stesso contesto che ci aveva originato i problemi. È pur vero che il difensore civico è super partes, ma il suo segretario, che assisteva ai colloqui e scriveva i documenti non lo era affatto! Almeno secondo il nostro avviso in quanto ricopriva pure l’incarico di vicesindaco del comune limitrofo dove fummo sbattuti in strada nel 2010. Siccome quella spiccia operazione amministrativa di sfratto aveva coinvolto il parroco, il sindaco e la curia, non era opportuno che ci trovassimo ancora ad avere a che fare con tali persone, già sorde alle nostre grida di aiuto. 

4 Qual è il problema principale per il quale vi eravate rivolti al Difensore Civico?
Ci siamo rivolti all’Ombudsman del luogo per risolvere un problema di indigenza e di emergenza abitativa a seguito di uno “sfratto”. Occupavamo un locale della curia in territorio di Misano Adriatico che non aveva l’abitabilità. Da quello che intuimmo, vi erano delle persone che volevano entrare in possesso di quel locale per dei loro scopi personali e a tal fine cominciarono a spargere zizzania nei nostri confronti per farci andare via, fino a coinvolgere il parroco, il sindaco, i carabinieri e la curia. I carabinieri ci avvertirono in giugno 2010 che se non fossimo andati via, ci avrebbero dato lo sfratto. Noi di risposta consegnammo una lettera ai carabinieri per tentare un’intermediazione con il parroco e con il sindaco, spiegando tra l’altro i vari malintesi che erano sorti nel territorio . Avevamo inoltre invitato i CC a raccogliere informazioni presso alcuni loro colleghi, per la questione dello stalking e per motivare l’impossibilità di tornare nella regione dove eravamo nati. Tuttavia non fu aperto nessun dialogo sulla questione né dal comune di Misano né dalla chiesa. Aspettavamo notizie dai carabinieri e/o l’inizio della procedura di sfratto. Due mesi dopo intervenne invece la Polizia (presente in loco solo nei mesi estivi in corrispondenza della stagione turistica). La Polizia in base alle informazioni ricevute, d’impeto e senza prima verificare i fatti, portò uno di noi fuori a forza dall’immobile senza che vi fosse nessun provvedimento giurisdizionale legittimo… Addirittura volevano rimandarci nel comune di residenza! L’avvocato riuscì a fermare il tutto, ma noi perdemmo la stanza e non riuscimmo più né a trovare sostegno né un’abitazione e fu così che vagammo nel comune di Riccione in ripari di fortuna. Di seguito depositammo un esposto ai carabinieri e lo inviammo pure alla polizia per fare chiarezza.Speravamo che chi aveva compiuto quelle operazioni azzardate, avesse almeno la coscienza di riparare i danni fatti. Non ci furono altri interventi del genere da parte delle forze dell’ordine, anzi qualcuno tentò a livello personale di trovare una soluzione nel comune di Riccione, ma non vi fu alcun risultato. Ad oggi, sono più di due anni che viviamo in queste condizioni.

5 Perché vi siete rivolti subito al Difensore Civico e non ai servizi sociali?
Perché i problemi che avevano portato allo sfratto e all’indigenza erano causati da una situazione particolare che aveva coinvolto comuni, autorità e altre questioni di burocrazia. Insomma un tema molto più complesso della semplice perdita di lavoro e similari. Cercavamo nel Difensore Civico un minimo di tutela dei diritti umani e civili del cittadino nei confronti proprio di quelle istituzioni che pur da noi invocate, erano state assenti.


6 Cosa ha fatto il Difensore Civico locale?
Ha preso atto della situazione, che noi abbiamo esposto oltre che oralmente anche attraverso il deposito di alcuni documenti scritti di varie pagine. Poi ci ha fissato un appuntamento con i servizi sociali.


7 Cosa hanno fatto i servizi sociali?
Hanno ascoltato la nostra storia, ma non ci hanno preso in carico. Alcuni giorni dopo siamo tornati al Difensore Civico e abbiamo consegnato un ulteriore documento da leggere ed inviare anche ai servizi sociali. Ma anche questo documento non ebbe risultato. Hanno consigliato un percorso di inserimento tramite la frequenza delle strutture della Caritas, dimostrando di non voler comprendere quanto da noi ampiamente spiegato. Inoltre l’inserimento attraverso il tessuto sociale composto dai frequentatori della mensa Caritas non ci sembrava quello più auspicabile. Infatti non è un gruppo di auto aiuto, non è un gruppo che parte con una motivazione. Vi è gente, spesso malandata, con problemi di alcolismo o di malattia mentale, che mangia lì perché non ha di meglio. Noi siamo semplicemente vittime di stalking in cerca di giustizia e di una dignità da cittadini.


8 Avete fatto altri passi? Quali?
Ecco i nostri passi, in ordine cronologico, dopo lo sfratto di agosto 2010:
 -Richiesta di intervento del Difensore Civico locale;
 -Richiesta di intervento ai servizi sociali;
 -Richiesta di intervento al Signor Sindaco;
 -Richiesta di intervento ai Carabinieri con deposito di un esposto/denuncia;
 -Pubblicazione della vicenda su un sito internet e due brevi video su YouTube;
 -Richiesta di aiuto a vario personale medico ospedaliero dell’ospedale Ceccarini e ad alcuni direttori generali dell’AUSL;
 -Segnalazione della situazione alla Questura;
 -Segnalazione e richiesta di intervento ai quotidiani locali;
 -Lettere aperte alla cittadinanza e al sindaco;
 -Richieste di aiuto indirizzate alle varie associazioni regionali e locali che svolgono anche azioni di beneficenza;
 -Segnalazione ad un sacerdote della chiesa Cattolica;
 -Uso di social networks e siti internet al fine di far conoscere e risolvere la situazione, con post di lettere aperte su Facebook indirizzate al sindaco e messaggi inviati direttamente al suo account Facebook e di Twitter.


9 E nessuno è intervenuto?
No, proprio nessuno! I servizi sociali non ci hanno preso in carico e ci hanno consigliato di andare a cercare soluzioni nelle parrocchie di Rimini. Soluzione non proponibile: a Rimini i cittadini che dormono all’addiaccio sono passati nel giro di qualche anno da 100 a 500. Noi non avevamo trovato nessuna soluzione a Rimini prima dei fatti dello sfratto, figuriamo dopo quanto accaduto!


10 Noto che non vi è la Caritas nella lista, perché?
Perché la stanza dalla quale eravamo stati sfrattati era della Curia… A Misano si sono sommate varie componenti avverse: l’azione ingiusta, a nostra esperienza, di quel dirigente estesa a tutto il circuito Caritas; l’interesse personale di alcuni cittadini hanno creato un’immagine completamente falsata. Quei cittadini di Misano, forti delle dicerie, hanno creato una rappresentazione di paese, e proprio questo palinsesto ha dato alla curia una falsa conferma della gravità e illiceità del nostro comportamento.
Le porte si erano già chiuse nel 2006: tuttavia qualcuno ci aiutò lo stesso, perché non condivideva la scelta di quel dirigente, ma in genere in questi ambienti ci si allinea.
In poche parole vi erano dei problemi di incompatibilità che ci impedivano una soluzione in tal direzione: perché voler rispedire delle persone da dove se ne sono andate? Perché volerli rispedire nelle fauci della morte? Avevamo discusso di tali argomenti con il Difensore Civico ed in parte con l’assistente sociale: inoltre abbiamo trattato la questione in un esposto denuncia depositato ai carabinieri di Riccione.

11 Come vedete un eventuale ulteriore contatto con la Caritas?
Essendo noi cittadini italiani (e non dello stato Vaticano) vorremmo che i problemi fossero risolti dallo Stato Italiano. La Caritas è una sorta di soggetto privato, così come ci è stato ben spiegato da alcuni di loro, dai loro “esperti”. Ossia possono prendere in carico una persona, anche uno straniero, completamente privo di documenti, occuparsi dell’alloggio, delle cure mediche e del lavoro. Questo non è automaticamente estendibile a tutti gli stranieri o a tutti gli italiani in stato di necessità. La Caritas ragiona spesso sul calcolo dell’ISEE: se vede che un parente ha soldi, difficilmente ti aiuterà. Mentre se una è scappato dall’Africa, perché ha subito gravi abusi, non andranno a chiedere il calcolo dell’ISEE: non tutti scappano per fame! Questa purtroppo è una situazione impari con cui ci siamo sempre scontrati. Poi ogni centro Caritas è un mondo a sé: dipende dalla materia umana che lo alimenta e lo compone, ed è tuttavia omogeneo, perché si allinea alla volontà di alcuni in particolare.


12 Quali sono i problemi di base?
Il primo problema riguarda il propagarsi di un “fenomeno” nato nel 2004 a causa di un’azione di stalking di cui siamo stati vittima. Chi ci ha distrutto su ogni fronte, ce ne siamo resi conto quando era tardi: ci ha fatto perdere non solo il lavoro, ma la stessa possibilità di lavorare in quei settori per cui uno aveva studiato e si era qualificato; poi ha instillato nella società una serie di diffamazioni contro le nostre persone, ponendoci in uno stato di isolamento sociale. Questa azione non essendo stata bloccata da chi di dovere al momento opportuno, si è poi amplificata nel corso degli anni, costituendo oggi un problema di fondo che continua ad agire e a rigenerarsi in ogni luogo ove ci spostiamo a vivere. Non esisteva la legge sullo stalking … ed i reati non erano valutati nel loro insieme, come vuole tale legge, ma come un punteggiarsi di minacce, insidie, “sfortune”, fatalità…. All’inizio non capivamo nemmeno noi: ogni giorno qualche accidente, una pratica bloccata, un’altra pratica bloccato, la posta sparita… la burocrazia impazzita e poi le minacce ed tentativi di estorsione concreti. Disgrazie che ti piovono addosso senza saperne il movente. Ovviamente non si vuole tornare nei luoghi dove si sono perpetrate queste forme di “violenza”, né nelle vicinanze.

Il secondo problema e la mancanza di leggi specifiche che tutelino persone che si trovano nelle nostre condizioni, la burocrazia e la competenza territoriale. Tutte cose che alla fine generano situazioni di stallo o problemi circolari impossibili da risolvere. La legge impone che un cittadino sia aiutato dai servizi sociali del comune di residenza: ma vi possono essere dei fondati motivi che impediscono alle persone di tornare nel loro comune di residenza. In tal caso il comune in cui le persone dimorano dovrebbe farsi carico delle esigenze di queste. Dovrebbe, perché, come già narrato, un comune mise a disposizione pecunia e lavoro, ma non fu corrisposto dalla disponibilità abitativa della Curia, che opera a sua discrezione.


Il terzo fattore è un imbarbarimento generalizzato delle persone, della morale e dei valori etici, come pure un scarso senso del dovere. Tutti si indignano a disgrazie avvenute: magari bastava anche molto meno di un alloggio con tutti i confort, per ripartire. Manca completamente il senso dell’integrità: ci sono persone, pur abbienti e ben inserite, che non ne hanno, l’hanno svenduta di loro iniziativa, e persone, che pur avendo perso tutto, ne hanno conservato il valore, o cercano di conservarlo. Un po’ come accade in certi contesti produttivi, quando il capo o il direttore sono emeriti incompetenti, ed i subordinati coscienziosi. È da questi contesti che nascono le varie forme di mobbing.

13 Le forze dell’ordine come si sono comportate?
All’inizio sono state investite anche loro da un’ondata di diffamazioni sul nostro conto, ed hanno agito d’impeto, come si trovassero di fronte a pericolosi criminali. Poi le cose si sono chiarite, e qualcuno si è reso conto di essere stato usato al fine strumentale di farci sloggiare. Qualche persona all’interno dei carabinieri ha tentato di trovare soluzioni ma senza risultati. Non siamo comunque tranquilli perché i problemi di fondo non sono stati affrontati e risolti e può sempre capitare —come è già successo— che qualcuno decida, spinto da chi ha mal digerito la nostra permanenza nel territorio o da qualche pretesto , di reiterare rappresaglie.
Dopo i fatti di agosto 2010 avevamo paura delle forze dell’ordine, e prima di andare dal Difensore Civico abbiamo aspettato ben tre mesi. Quelle cose non si cancellano tanto facilmente. Eppure nonostante, questo in gennaio 2012 abbiamo depositato un esposto ai carabinieri di Riccione e in dicembre 2012 abbiamo scritto in Questura.


14 Come avete fatto a sopravvivere a Riccione?
Il comune, il sindaco, le autorità e le forze dell’ordine di Riccione pur non avendo risolto i nostri problemi hanno comunque tollerato la nostra presenza nel territorio e nei posti pubblici. In questi luoghi abbiamo potuto recuperare un po’ di dignità, oltre che documentarci e tenerci aggiornati. Abbiamo trovato un ambiente dove poter scrivere e “sopravvivere” alla meno peggio. Poi vi sono strutture alberghiere e persone che piuttosto che buttare via cibo avanzato o in eccesso lo cedono a noi. Qualcuno, ma questo è molto più difficile, ci ha offerto una piccola entrata pecuniaria, indispensabile per le medicine: si pensi banalmente all’aspirina, o prodotti per l’igiene, o a qualunque altra cosa rilevante e non elargibile come surplus.
È grazie alla gente, quella che a volte dice “nella vita non si sa mai cosa possa capitare”, quella che non ti vede come un mostro o uno debosciato, che ti tollera perché non è detto che tu sia colpevole per le disgrazie che ti si sono abbattute addosso. Pagare un errore con la propria vita è un prezzo troppo alto: anche a chi ha commesso un omicidio gli si dà una chance, noi non abbiamo ammazzato nessuno.

Purtroppo anche a Riccione ci capitarono dei fatti simili a Misano, e anche qui tentarono di farci sloggiare con la “forza bruta”, ma alcuni errori delle forze dell’ordine non furono ripetuti. A Misano invece eravamo posti sotto assedio, e assolutamente non tollerati, tanto che ci mandavano stranieri e pure i bambini a darci fastidio!
A titolo di esempio: un giorno a Riccione, a un anno di distanza dalla cacciata da Misano, in un parco pubblico, incontrammo due bambini, ci riconobbero, ci insultarono, ripetendo i discorsi dei loro stessi genitori fino a gridarci : “ siamo di Misano, siamo figli dei dipendenti del comune, adesso torna mamma e chiamerà i carabinieri” .
Ce ne andammo noi, sconvolti, senza proferire una parola con quei due soggetti, che pur con meno di 10 anni di età, osavano scacciarci e minacciarci con la cattiveria dei grandi. Non sappiamo chi erano né ci sembrava di averli mai visti.

Ora questa situazione di sopravvivenza a Riccione non è più sostenibile fisicamente. Corpo, pelle, denti, ossa e stanchezza sono testimoni di questo tipo di vita. Siamo allo stremo.

15 Avete mai pensato di andare in dormitorio in qualche grande città?
A Rimini vi sono pochi posti e sono sempre occupati: non abbiamo trovato posto. Qualcuno ci ha detto di andare ad esempio a Bologna. Preferiamo vivere e/o eventualmente morire nella condizione in cui siamo. I motivi di questa nostra scelta ci sono, e sono da ritrovarsi nelle cose che accadono in questi posti. Il problema principale è la criminalità esistente in questi luoghi. Il dormitorio non è una soluzione, è un punto di raccolta di non soluzioni.
In dormitorio non ci siamo mai stati, in una casa di accoglienza ci siamo stati, ma oggi non siamo più disponibili ad accettare queste “grandi” soluzioni: sono mondi a sé, in cui può capitare di tutto.

Che direzione vorreste imprimere alla vostra vita?
Vorremmo avere un lavoro che ci permetta un reddito, per poter essere indipendenti e poter fare le nostre scelte autonomamente, senza l’intromissione di servizi sociali e/o enti caritativi. Siamo sempre stati abituati a vivere in questa maniera, almeno fino a quando non siamo stati travolti dall’ondata di ingiustizie che ci ha portato via tutto quello che avevamo. Nel contempo avremmo bisogno di uno “status” protettivo che impedisca il ripetersi dei fenomeni che abbiamo segnalato, e che siamo stati vittima ripetutamente in diverse regioni italiane.


16 Infine, cosa vi aspettate da Civicrazia?
Ci aspettiamo un aiuto concreto nell’attuazione a nostro favore delle leggi che tutelano i diritti civili del cittadino e i diritti umani della persona. Ci aspettiamo che la nostra storia ottenga il giusto risalto che deve avere, di poter trovare una soluzione a breve per i problemi urgenti ed un percorso per risolvere i problemi che stanno alla base della vicenda. In Civicrazia ci aspettiamo di trovare ciò che essa rappresenta, il vero Amico del Cittadino.

Ultimo aggiornamento Giovedì 04 Aprile 2013 15:21